.

I social network hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli.

Umberto Eco


Spero di non essere fra i peggiori.

Blu Malva

sabato 29 luglio 2017

Ci sono gente che sta male


Edward Hopper, Automat, 1927

L'introspezione è un'attività che sta scomparendo. Sempre più persone, quando si trovano a fronteggiare momenti di solitudine nella propria auto, per strada o alla cassa del supermercato, invece di raccogliere i pensieri controllano se ci sono messaggi sul cellulare per avere qualche brandello di evidenza che dimostri loro che qualcuno, da qualche parte, forse li vuole o ha bisogno di loro.

Zygmunt Bauman

Ci sono gente che sta male in questa società di contraddizioni continue, in cui tutto è a portata di mano e tutto è più distante; in cui la comunicazione dispone di ogni tipo di mezzo ma l'ascolto ed i contenuti sono sempre più flebili; si vede senza guardare, si ascolta senza assimilare. Nei pochi casi in cui lo si fa, dubbi, ansie e timori prendono il sopravvento.
Ci sono gente che sta male in questa società di abusi vari di tecnologia, di bombardamenti mediatici, di falsi miti e di sfide continue a cui la natura umana è sottoposta, con risultati spesso drammatici: destabilizzazione, indebolimento e successiva perdita di identità individuale e valori.
Una globalizzazione mentale, in primis, che tende a privare la singola persona di una propria elaborazione, di un proprio pensiero e di un proprio credo.
Ci sono gente che sta male in questa corsa continua verso qualcosa di indefinito, a cui è difficile dare un nome, perchè per farlo ci si dovrebbe fermare a riflettere, nemmeno tanto, ma a sufficienza per sentirsi persi, irrimediabilmente soli ed inesorabilmente piccoli.
Ed allora si corre senza sosta, ci si riempie senza sosta, ci si racconta che non ci sono alternative vantaggiose, che questo è il giusto e questa è l'evoluzione. Molte volte non arrivano nemmeno domande e non si deve scomodare l'autoconvinzione.
Ci sono gente che sta male, ha pronunciato un anziano l'altro giorno. Avrei voluto dirgli ciò che sto scrivendo ma mi sono limitata a sorridere e a rispondere .

mercoledì 26 luglio 2017

Proud to be italian

Alberto Sordi, Un americano a Roma (1954)


Ask not what your country can do for you, ask what you can do for your country.

(J. F. Kennedy)


Belle parole.
Ricordandole e scrivendole, tuttavia, l'immagine che scaturisce nella mia mente è quella di Don Chisciotte contro i mulini a vento. O quella di un secchio d'acqua gettato per spegnere un incendio. Che siano convinzioni, istinti o soltanto nobili gesti, cambia poco.
Difficile chiedersi cosa si può fare per il proprio paese quando un calciatore di diciotto anni percepisce uno stipendo di sedicimila euro al giorno, pari al reddito annuale di milioni di italiani; quando innumerevoli ettari di boschi vengono distrutti da piromani senza scrupoli; quando ancora si sta discutendo sull'abolizione o meno dei vitalizi; quando alla pensione si arriva - se ci si arriva - quasi pronti per essere affidati ad una badante; quando molti giovani e meno giovani, per avere opportunità lavorative, devono trasferirsi all'estero; quando la Capitale è ormai un impietoso spettacolo di degrado assoluto; quando i flussi migratori sono ingestibili e tutto pare in balìa della provvidenza; quando le strade sono invase da pusher, puttane e disgraziati e nessuno può (?) fare nulla se non il gioco dello scaricabarile; quando ....
Si potrebbe prolungare la lista, ancora ed ancora. Ad emergere su tutto c'è sempre e comunque il meraviglioso adattarsi all'italiana, ormai insito nel Dna da secoli: si è evoluto seguendo i tempi ma tale resta. Cinque minuti di lamentele e poi tutto passa, davanti al campionato di calcio, al programma per le vacanze, al selfie  da postare su Facebook, al gruppo Whatsapp, al nuovo corso in palestra, al sentirsi stressati, un giorno deus ex machina e l'altro merde, un giorno santi e l'altro peccatori,  comunque sempre perfettamenti inseriti in questo colorito groviglio, meglio definibile come metastasi di un cancro incurabile.
Il segreto è l'alternanza ed il ritmo.
Scrivere un post serve a qualcosa? Sicuramente no. In fondo sono italiana anch'io. E allora? Allora nulla.
Cinque minuti di lamentele. Ed un' autodenuncia.   

mercoledì 29 marzo 2017

Pensieri sulla tazza

Pensavo a Trump che ha firmato un decreto che stoppa le leggi a protezione dell'ambiente non necessarie. In altre parole: niente più limiti a carbone e gas serra. L'aria buona non si respira già più a casa della zia in montagna, figuriamoci fra qualche decennio: nessun posto nel buco del culo del mondo offrirà tregua ai nostri polmoni.
E poi pensavo alla fuffa che ristagna intorno, un po' ovunque, alla miseria di personaggiucoli da strapazzo impegnati nel loro gioco di ruolo quotidiano. Mi tocca sempre scegliere chi salvare e chi eliminare, come in un videogioco. Che palle.

(sciacquone)   

martedì 28 marzo 2017

Tuesday afternoon in the park




L'annullamento dei pensieri e la privazione di ogni peso sono direttamente proporzionali all'immersione nella fatica. E' allora che luce ed ombra penetrano i sensi senza alcun filtro, le storie antiche e future si mescolano ed io riesco ad accogliere un antico linguaggio, umano ed animale: annusare l'aria pregna dell'odore dell'erba appena tagliata, leccare il sole sulla pelle, ascoltare il fluire del sangue, toccare un tronco, guardare il mio spirito.
La purezza esiste ed è un attimo, dal valore inestimabile: vi accedo attraverso un rito, un percorso a ritroso, lontano da ogni impostazione e da ogni influenza.




venerdì 24 marzo 2017

Di ruolo marginale e della presa per i fondelli



Riecco che periodicamente accade.
In un giorno e, soprattutto, in un luogo che non ci si aspetta.
Questa volta lo scenario è il ponte di Westminster: quattro vittime, trentacinque feriti.
Catturato l'uomo che si è gettato sulla folla con l'auto in corsa, già noto ai servizi segreti britannici ma considerato "di ruolo marginale".
Non è la prima volta che gli attentatori sono noti ai servizi segreti; non è la prima volta che accadono stragi causate da individui che vengono considerati "di ruolo marginale".
Mi viene, quindi, spontaneo pensare che almeno una parte degli attentati si potrebbero evitare perché calcolabili.  In altre parole: i servizi segreti disseminati nei vari paesi del Pianeta, con tutti i mezzi di cui dispongono, sono tutt'altro che impotenti. 
La mente torna all'attentato più grave ed eclatante, il primo che ha aperto la via ai successivi: l'attacco alle Twin Towers. Già allora ci si chiedeva come fosse stato possibile, come il tutto fosse potuto passare inosservato agli organi competenti in fatto di sicurezza. Francamente lo credo, tuttora, impossibile.
Come credo impossibile che non si possano evitare molte altre cose.
Se non fosse una tragedia si potrebbe sorridere di come, in seguito ad un attentato, quando ormai è troppo tardi, si inizino i piani antiterrorismo, mobilitando l'esercito e quadruplicando i controlli, sia su sedi di importanza strategica a livello economico e politico, sia in occasioni di eventi che coinvolgono capi di stato e rappresentanti della politica nazionale ed internazionale. Accadrà nella Capitale, domani, in occasione della cerimonia per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma: cinquemila agenti armati, divieto di sorvolo aereo, tiratori scelti sui tetti. Si potrebbe sorridere, se non fosse una tragedia, perché gli attentatori non hanno mai agito in tali luoghi, né in tali frangenti: troppo scontato, troppo prevedibile. E la voce grossa che fanno i signori del potere, politici e  capi di stato, contro il terrorismo islamico è soltanto l'ennesimo gesto patetico, un dovere nei confronti della cittadinanza. Che continua a subire. Che impotente (lei sì) si ritrova a piangere le vittime di turno, vittime di "elementi ritenuti marginali", per lo più.
Se almeno terminasse questa presa per i fondelli ...
Se almeno, visto che il danno esiste, si potesse evitare la beffa ..
E' chiedere troppo.
 


A volte ritornano


Panta rei

A distanza di tanto tempo decido di riaprire questo blog, orfano di immagini ad accompagnamento dei post più datati, condizione che lo rende simile ad un campo di battaglia. Il che è stato, in un certo senso.
Battaglie fra pensieri e volontà, impulsi e ragione.
Pausa.
E ripresa.

Ed intanto tutto scorre, tutto si trasforma.

sabato 3 ottobre 2015

Jack London e Martin Eden: la ballata del giovane marinaio

Jack London


Il libro è una sorta di autobiografia di Jack London, oltre ad essere un'amara critica sui mali della società moderna. Lo trovo attualissimo e soprattutto sorprendente, in quanto mai mi sarei aspettata che il papà di  Buck e Zanna Bianca (meravigliose creature) partorisse una tale opera.
Martin Eden è un giovane marinaio che, dopo aver aiutato un ragazzo di famiglia agiata durante una rissa, è invitato nella sua casa lussuosa ed introdotto nell'ambiente borghese. Imbarazzato e confuso,  è tuttavia affascinato dai modi e dalla cultura propri di quella gente, tanto da iniziare a vedere le cose in modo diverso; il suo percorso lo porterà a seguire un piano di studi massacrante per staccarsi dalla condizione di semianalfabetismo in cui versa e per scoprire tutto ciò che c'è da scoprire. Tuttavia non acquisterà soltanto un immenso bagaglio culturale, bensì la consapevolezza che la posizione a cui è arrivato non lo rende felice: accumulerà, infatti, delusioni sino a vivere nel totale malessere, privato di qualsiasi stimolo.  
Jack London scrisse il romanzo nell'autunno del 1907 ( venne pubblicato, tuttavia, nel 1909) tra gli attacchi di malaria cui era vittima, durante una crociera verso i mari del Sud. Qualche cenno sulla sua vita è d'obbligo: era un figlio illegittimo nato dalla relazione tra una donna irresponsabile ed un professore di astrologia ed arti affini, ovvero un ciarlatano vagabondo che non lo riconobbe mai. Per sopravvivere si adattò a svariati mestieri tra cui il mozzo, il pescatore di frodo e il dipendente di una lavanderia (attività svolte anche da Martin Eden nel romanzo). Cedette precocemente al vizio dell'alcol e nel contempo, dovendo abbandonare gli studi per motivi economici, si formò una cultura da autodidatta. Mitici sono i suoi viaggi nel grande Nord, tra le foreste ed il Kondike, immortalati nei romanzi celeberrimi Il richiamo della foresta e Zanna Bianca. Nel suo zaino trovarono posto libri di Herbert Spencer, Charles Darwin, Karl Marx e Friedrick Nietzsche dei quali fu grande sostenitore. Disilluso da tutto ciò in cui credeva, anche dal socialismo  che lo vide militante fra le sue file, morì a quarant'anni in seguito ad un'overdose di morfina. La sua vita è un'antitesi di quella dell'eroe fiero, impavido e vincitore. E' quella, invece, di un grande viaggiatore, di un avido apprendista intento a scoprire i misteri dell'universo e dell'esistenza, scavando e rovistando sino alla morte. 
Come il suo Martin Eden. E come lui combatte una guerra estenuante: quella tra le proprie possibilità e la volontà di superarle. Martin Eden è l'autoditatta per antonomasia che in soli tre anni riesce a raggiungere le alte vette della cultura, diventando scrittore e abile oratore, lui, rappresentante del sottoproletariato che a stento riesce a consumare un pasto al giorno, diviso tra libri, trattati filosofici e un massacrante lavoro in lavanderia. Lo scrivere, il desiderio di apprendere e l'amore per una giovane borghese gli infondono l'energia necessaria per avanzare. Quando, alla fine, le sue opere vengono pubblicate e le porte della società per bene si aprono al suo cospetto, è troppo tardi: Martin Eden è ormai svuotato e deluso, come lo fu Jack London. Il suo sogno si è infranto ed i frammenti caduti sullo spirito sono colpi fatali. La morte arriva come capitolazione nella profondità del mare, dove "nell'istante in cui lo seppe, cessò di sapere".
In questo romanzo ci si può ritrovare, in un modo o nell'altro. I sentimenti forti e contrastanti sono frecce che tagliano l'aria senza compromessi, colpiscono ed attendono di essere rilanciate.
I temi su cui verte sono tre. Il primo è VOLONTA', LOTTA, EVOLUZIONE, ovvero il trionfo dell'energia vitale, della forza dell'individuo: tre anni di estenuante lotta contro tutti, se stesso compreso, perché Martin Eden è diviso tra quelle che sono le sue possibilità e le sue ambizioni; lotta per l'inserimento nella società che lo fa sentire estraneo ma che continua ad attirarlo a sé; lotta di difesa da un sistema organizzato in tutti gli strati sociali. Il concetto di  lotta è presenza costante ed il protagonista ne è il simbolo: incarna appieno la teoria evoluzionistica di Spencer. Il secondo è REALTA' COME CONOSCENZA OGGETTIVA:  Jack London, attraverso Martin Eden, descrive e denuncia la verità, la realtà, presentandoci condizioni, conflitti, ipocrisie all'interno delle classi sociali. Si consacra, non per niente, tra i fondatori del naturalismo americano. Realtà come conoscenza oggettiva, tesa a superare le divisioni di classe, i preconcetti secondo i quali cultura e colletti inamidati sono binomio inscindibile. Attraverso Martin Eden mostra come la cultura e la conoscenza possono superare i confini ed allargarsi, toccando anche chi non occupa i gradini alti della scala sociale. Il gruppo di intellettuali nel quale si imbatte Martin verso la fine del suo percorso è tanto eterogeneo da lasciarlo esterrefatto: accanto al figlio di papà c'è il muratore che ha idee su tutto, l'ex professore espulso dall'università, il fornaio socialista e via dicendo; tutti lo affascinano per la loro cultura e le loro teorie. Terzo ed ultimo tema è la CONOSCENZA COME DISILLUSIONE: la conoscenza è un'arma a doppio taglio perché se da una parte è necessaria per emergere, acquisire coscienza e combattere l'alienazione, dall'altra  è inevitabile constatazione di malesseri e disillusioni. La conoscenza conduce inevitabilmente al male di vivere (stato comune a molti poeti e scrittori), al pessimismo dell'intelligenza.
Martin Eden appassiona, induce alla riflessione, ad una ricerca interiore tesa all'individuazione dei valori e della verità che un giovane marinaio ha rincorso e perduto. Sembra quasi di vederlo attingere a piene mani dalla vita, aggrappato al suo disperato desiderio di sondare gli abissi per poi scegliere di sparire.
"In letteratura  il modo più sicuro per aver ragione è quello di essere morti", disse Victor Hugo, ed entrambi, lo scrittore ed il suo personaggio, hanno l'ultima parola. Se ne vanno chiudendo la porta, in silenzio, tanto che  se ne avverte il rumore a più di un secolo di distanza. 


Mi perdoni Coleridge per aver giocato, nel titolo, con quello del suo poema.

mercoledì 30 settembre 2015

Attese (2)

Federico Erra, Devil's bridge 2008





Una consapevolezza di attendere nulla;
un fingere di credere ancora,
fosse solo per gioco 
o per ingannare il tempo che passa
ma poi nemmeno tanto.


martedì 29 settembre 2015

Keep closed, please




Il passato non ha che un unico fascino, quello di essere passato.

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray



Forse la cosa più complessa da effettuare  è tenere chiuse certe scatole.
Sapere cosa contengono, il valore corrispettivo, essere consapevoli che tale contenuto resterà - comunque - nostro, non cedere alla tentazione di sollevare il coperchio. Lasciare tutto così: rimirare le scatole, contarle, preservarle dal troppo  caldo e dal troppo freddo, averne cura - in quanto parti integranti di noi stessi - ma nulla di più. Nessun'altra azione.
Un atto d'amore nei confronti di ciò che siamo stati e di ciò che siamo ora.

lunedì 28 settembre 2015

How to disappear completely





I'm not here
This isn't happening
I'm not here, I'm not here

In a little while
I'll be gone
The moment's already passed
Yeah, it's gone

How to disappear completely, Radiohead 



In certi periodi era un refrain, una sorta di insana culla cerebrale atta a sedare il dolore e le inquietudini. Scrivere che sembrano trascorsi secoli sarebbe menzogna. E' difficile quantificare il tempo quando avvengono cambiamenti radicali; è un camminare, consapevoli di farlo, ma senza aver idea di quanto.
Il refrain diventa ricordo e, quando capita di sfiorarlo, le dita si informicolano ancora, un attimo. Per un attimo la gola si stringe, il respiro muta il suo ritmo. Per un attimo non esiste alcun piano temporale né spaziale, nessun muscolo, nessuno scheletro, ed è esattamente lì, in quell'attimo, che non si è, essendoci e che si è, non essendoci.
Poi ci si ritrova a camminare; a scrivere giocando con le forme delle lettere; a leggere interrogando e ascoltando le parole; a guardare o a chiudere gli occhi, a seconda.

Nell'ultimo verde dell'anno, sopravvivendo nonostante e comunque.



domenica 27 settembre 2015

Attese




Intanto si sentivano all'inizio, alla vigilia di ogni cosa. Domani, tutto sarebbe stato ancora meglio! Ma i giorni passavano, la vita passava, e il meglio non arrivava. Quei domani continuamente attesi, e che continuamente, chissà perché, deludevano, erano ciò che alla fine faceva sfiorire la gioventù.

Irène Némirovsky, Due


 Una attesa che mi ha ricordato questi versi:

[...]
Ho udito molti anni di parole, e molti anni
Dovrebbero portare un mutamento.

La palla che lanciai giocando nel parco
Non è ancora scesa al suolo.


Dylan Thomas, Splendessero lanterne


 

giovedì 24 settembre 2015

Autoritratto in un interno




La mia prima foglia d'autunno


L'autunno mi trova stanca, di ossa e di testa. Potrei attribuire la colpa alla stagione appena terminata, sfoderando un " Mi ha prosciugato le energie", anche se temo che non reggerebbe a lungo. Le energie sono stata prosciugate ma da altro. Così navigo a vista, senza forzare troppo, concedendomi la soddisfazione di guardare a distanza ciò che in questo modo va guardato e di mettere a fuoco le nuove percezioni. Le giornate non trascorrono nello stesso modo, alcune meglio, altre peggio; quando si tratta delle seconde mi rendo conto di aver acquisito una discreta padronanza sulle emozoni negative: il cibarsi di se stessi aiuta molto, ma aiutano anche piccoli rifugi, che siano pagine di carta, note, brevi danze aeree ed acrobatici mulinelli nel vento di foglie autunnali. Fra introspezioni rilassate, dialoghi che perdono mordente dopo i primi minuti ed altri che instillano un minimo di benessere, mi guardo un po' in giro senza aspettarmi nulla, non escludendo tuttavia la remota ma reale possibilità di stupirmi ancora. In fondo, il noto può sempre sfoggiare un dettaglio nuovo, uno che prima era sfuggito ai sensi, o che ancora era in gestazione.

mercoledì 23 settembre 2015

Autunno





Ce lo insegna la storia: resta ciò la cui struttura risulta idonea a sfidare il tempo; ciò che ha il potere e la forza di comunicare dopo anni, secoli, millenni.
Tuttavia, anche ciò che resta non è mai intatto, mai uguale: velato di polvere che si rinnova con i giorni, di rughe più o meno visibili, ammanchi, scalfiture.
Il mutamento si accorda con l'essenza e la sostanza, il vecchio linguaggio collabora con i nuovi che gli ruotano intorno.
Di fronte al tempo tu vedi la cenere, io invece accudisco un fuoco mai morto.
Tu conti le crepe ed i vuoti e la tua coscienza è sedata da questa facile visione, superficiale quanto le vene sul dorso delle mie mani. Io sfioro il pulsare che ancora batte all'interno, nascosto e discreto. Ne seguo il ritmo ogni volta che mi manca il respiro, che il buio sbrana la luce. E sopravvivo, a differenza tua, cibandomi di me che sono il vecchio ed il nuovo.


martedì 22 settembre 2015

Vigilia d'autunno





[...] io esisto - il mondo esiste - ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente.

Jean Paul Sartre, La Nausea


C'è chi si lascia sgretolare nello smarrimento ed annegare nel buio della propria arrendevolezza; c'è chi ignora ogni voce che non sia la propria.
Chi non riesce più a comunicare, chi non ha più nulla, chi invece non ha mai avuto nulla. C'è chi crede di comunicare qualcosa ed invece non comunica nulla.
Chi non attende nemmeno d'esser uscito dalla sala del cinema per riappropriarsi del cellulare come fosse una bombola d'ossigeno in uno stato di apnea, e del cellulare ha fatto voce, sguardo, motivo di sopravvivenza.
Chi non riesce a stare zitto e vomita opinioni e parole, sempre e comunque, abusando di un diritto fino a renderlo patetica autocelebrazione. Chi inciampa continuamente nel vuoto della propria esistenza e lo riempie di orpelli e simboli pur di nasconderlo anche a se stesso. Chi ha il pieno e non lo vede, chi non vede niente, chi vede tutto e sta in silenzio.
Chi apprezza il post più stupido e semplice di un blog, facendolo salire al primo posto e dando la conferma che più si scrive di nulla e più si è letti. Chi cerca invece il peso di uno scritto, la sostanza, ma raramente la trova e perde la voglia di cercare.
In questa molteplicità di comportamenti; in questo rumore esistenziale; nello smarrimento ed al contempo nel bisogno di identificazione; nel baratto continuo di menti e coscienze; nelle imposizioni subdole da parte del grande fratello; nell'acqua diventata fango; ebbene, reputo unica salvezza l'andare oltre.

Sebbene ogni tanto ceda alla corte delle parole, mi sono venute a noia. Le mie e quelle degli altri.





domenica 13 settembre 2015

Profumo di carta



Entrai nella libreria e aspirai quel profumo di carta e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di imbottigliare.

C.R. Zafon, Il gioco dell'angelo



Siete dipendenti dall'annusare i libri ?
Io sì. Appena acquistato, più e più volte durante la lettura ed anche alla fine, quale commiato.




sabato 12 settembre 2015

Res privata principis

David Ho


Non c'è nulla interamente in nostro potere, se non i nostri pensieri.

Cartesio


Riprendo la massima di Cartesio e vi aggiungo qualcosa:

Non c'è nulla interamente in nostro potere E DI NOSTRO POSSESSO, se non i nostri pensieri.

In questi giorni la ripeto mentalmente quasi fosse una litania. Il primo segnale della pazzia? Non credo. Credo invece sia una presa di coscienza, quelle che arrivano soltanto alla fine di un percorso cruento. Una presa di coscienza che, ben lungi dall'essere scontata e banale come parrebbe, contiene il nocciolo dell'esistenza. Non è uno scrivere senza reale cognizione di causa, giusto per riempire uno spazio o catalizzare l'attenzione di qualcuno, bensì un sentire sulla pelle, anzi, sotto, oltre la calotta cranica,  incollato alle cellule nervose, al respiro ed al pulsare.


mercoledì 9 settembre 2015

Animali creduloni

La metamorfosi di Narciso, Salvador Dalì


[...] Nelle storie che raccontiamo su noi stessi, la nostra unicità è un ritornello abituale. Secondo alcuni, tale unicità consiste nella capacità di creare cultura e di proteggerci così dalla natura, "rossa di zanne e di artigli". Altri sottolineano il fatto che siamo le uniche creature in grado di capire la differenza tra il bene e il male, e di conseguenza siamo le uniche creature davvero in grado di essere buone o cattive. Alcuni affermano che siamo unici perché abbiamo la ragione: siamo animali razionali, i soli in un mondo di bestie irrazionali. Altri ritengono che sia l'uso del linguaggio a distinguerci nettamente dagli animali, privi di parola. [...] Io non accredito nessuna di queste tesi come la testimonianza di un profondo abisso tra noi e le altre creature. Loro fanno cose che noi pensiamo non siano in grado di fare. E noi non siamo in grado di fare alcune cose che pensiamo di poter fare. [...] La nostra unicità sta invece, e semplicemente,  nel fatto che noi ci raccontiamo tali storie e, soprattutto,  possiamo davvero indurre noi stessi a crederci. Se volessi definire gli esseri umani con una frase, direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi. In altri termini, gli esseri umani sono animali creduloni.

Mark Rowlands, Il lupo e il filosofo

domenica 6 settembre 2015

Sunday morning in the park, ovvero: inevitabile non diventare misantropi



Sono tendenzialmente un'esteta: tendenzialmente in quanto non miro alla ricerca del perfezionismo o ad altre esagerazioni. Dedico attenzione e cura alla mia persona, salvo periodi in cui ho altro per la testa. Questo è uno di quei periodi in cui tengo alla forma e, di conseguenza, a vedermi bene, così cerco di unire l'utile al dilettevole: mi reco spesso, ad esempio, in uno dei parchi cittadini per un sano e costruttivo movimento. Il parco è delizioso (poche cose non lo sono nella mia città, dal punto di vista estetico, devo ammetterlo) ed il moto diventa più piacevole. Se però questo parco è IL parco ove si riversa la metà di popolazione sportivamente attiva, il tutto può diventare, ahimè, anche stressante. Sono quattro le cose che mi rendono la massa sopportabile: l'isolamento mentale, la concentrazione sul meccanismo del mio corpo, la contemplazione della bellezza del luogo e il raccogliere dati sulle varie tipologie umane per farne ironia.
I risultati sono interessanti. A parte che ci si può tranquillamente sentire membri dello spionaggio e del controspionaggio; mi spiego: senza volerlo, ci si trova ad ascoltare tranci di conversazioni private di ogni sorta; questo perché la gente non sta mai zitta, nemmeno quando corre ed ansima o è prossima alla svenimento causa mancanza di fiato. Una volta ho visto un tizio che scriveva sulla tastiera del cellulare (mentre correva). Mi chiedo come siano possibili tali prodigi.
Oltre a non tacere, il tono della voce è il più delle volte alto (ma perché la gente deve parlare ad alta voce?): si va dai pettegolezzi su amici/colleghi, agli sfoghi circa i figli; dai consigli sui cani alle avventure vacanziere; ci sono poi anche cenni su pratiche burocratiche di varia natura; scambi di notizie circa le prestazioni podistiche e relative gare; e via dicendo.
La tipologia dello sportivo del parco si differenzia: si va dall'iper tecnico professionista al buttato su basta che sia; dalle donne iper tirate, forti dell'abbronzatura che nasconde meglio la cellulite ed i cedimenti tipici della mezza età agli pseudo sportivi, quelli che sono più casual che altro e che più che sudare portano a spasso il cane, mentre parlano al telefono e fingono di muoversi. Gente che fa sul serio e gente che non si sa bene perché sia lì, forse per mettersi a posto la coscienza.
Stamattina ho anche scoperto che si può correre in ciabatte: me lo ha dimostrato un signore non più giovanissimo che, ciabatte a parte, aveva una tenuta ed un fisico da sportivo professionista, con tanto di cardiofrequenzimetro al braccio. Insomma, il repertorio è vasto.
Alla fine dei miei giri, mi sento bene, ma non posso evitare di scuotere la testa almeno una volta. Forse mi spunta anche un ghigno sul volto, mentre penso che il mondo non è bello perché è vario, piuttosto perché è avariato.
In quanto alla gente, è assolutamente vero che non sta mai zitta. L'unico modo per farla tacere è ...
Sì, quello.
Inevitabile diventare misantropi, credo.

giovedì 3 settembre 2015

Di tutto e di nulla




All'ombra degli aceri ci si sente più leggeri, si gioca con il sole che quasi ne trasfigura le foglie. La calura perde un poco del suo peso e fluttua a distanza, insieme ai pensieri. Anche la tracotanza dell'estate perde d'intensità e prende forma un nuovo respiro. Percorro i sentieri noti, osservo ogni cosa come fosse la prima volta, mi lascio travolgere dai ricami che i rami rigogliosi imprimono al cielo. Non esiste il tempo, la sequenza, l'ordine: tutto è lì, senza null'altra spiegazione. Nessun pensiero, se non quello di sopravvivere. La pelle protegge, la pelle raccoglie. Assorbe e non restituisce: al limite mostra. E' un diario, una fotografia in continuo divenire.
Deglutisco, trattengo, non posso scrivere ciò che già è stato scritto, in un tempo restato in sospeso tra il passato ed il presente. Passerà. Passerà e si mescolerà alle cellule morte, alla trama di cotone, agli acari, agli aceri, al pulviscolo, alla materia.
E' un gioco di parole,  di ombre e di luci, di vuoti e di pieni. Di tutto e di nulla.



mercoledì 2 settembre 2015

Diversamente versi - Fotografie






Serbo incolonnate, una ad una,
le fotografie mai scattate
per timore, o forse pigrizia,
quando ancora contavamo i giorni,
distinguendoli.
Le foglie d'autunno saranno le pause
tra l'una e l'altra, i respiri necessari
nella camera oscura.


martedì 1 settembre 2015

La sposa del deserto *



Il tempio di Bel, a Palmira, è l'ultima vittima di pietra; la sua distruzione, l'ultimo scempio da parte dei militanti dell'Isis.
Bel era il signore dei babilonesi, corrispondente allo Zeus dei greci, ed il tempio a lui dedicato era il simbolo di Palmira. Il deserto piange, un lamento sommesso che impregna la sabbia ed ogni pietra, muta testimone isolata. Correnti d'ira e dolore attraversano una terra profanata e violentata oltre ogni limite. Mi chiedo se durante l'agonia anche Khaled al-Asaad abbia avvertito la eco di quelle correnti, lo smottamento d'aria, di sabbia e di tempo; se la sua mente si sia posata sul procedere delle antiche carovane, sull'incedere degli eserciti; se per un momento non abbia avvertito il calore delle pietre delle ziqqurat; guardato un'ultima volta i giardini pensili, come fossero lì, lussureggianti e vicini, o le navi fenice che partivano dai porti del Mediterraneo; se si sia fermato ad ammirare, come spettatore invisibile, la magnificenza dei templi in tutto il loro splendore, ancora bagnati di sangue e sudore. Che cosa resterà di tutto questo, si sarà chiesto, se si vuole distruggere anche il ricordo? Ma poi, tranquillizzato, si sarà detto che il ricordo resta, oltre qualsiasi follia umana. 


* così è soprannominata Palmira per la ricchezza di testimonianze storiche

sabato 29 agosto 2015

Paure ed ansie di una società liquida

Sculture di ghiaccio di Néle Azevedo



Il filosofo Zygmunt Bauman sostiene che l'incertezza che attanaglia la società moderna derivi dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Lega tra loro concetti quali il consumismo e la creazione di rifiuti umani; la globalizzazione e l'industria della paura; lo smantellamento delle sicurezze e una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa. Per Bauman la società liquida è la società labile,  priva di legami forti e certezze, in cui l'individio mira principalmente al soddisfacimento immediato del benessere individuale.
Estrapolo suoi pensieri facenti parte di un'intervista apparsa su La Repubblica di oggi. Pensieri su di una umanità in crisi che mi trovano in pieno accordo. Non so se avrete voglia di leggere, sebbene credo ne valga la pena.


[...]
"Dopo la globalizzazione di capitali, beni e immagini, ora è arrivato il tempo della globalizzazione dell'umanità". Ma i profughi non hanno un loro luogo nel mondo comune. Il loro unico posto diventa un "non luogo", che può essere la stazione di Roma e Milano o i parchi di Belgrado. Ritrovarsi nel proprio quartiere simili "non luoghi", e non solo guardarli in tv, può rappresentare uno shock. E così oggi la globalizzazione irrompe materialmente nelle nostre strade, con tutti i suoi effetti collaterali. Ma cercare di allontanare una catastrofe globale con una recinzione è come cercare di schivare la bomba atomica in cantina". 
(riferendosi ai muri in Europa) "Sa chi mi ricordano quelli che li erigono? Il filosofo greco Diogene, che, mentre i suoi vicini si preparavano a combattere contro Alessandro Magno, lui faceva rotolare la botte in cui viveva su e giù per le strade di Sinope dicendo di non voler essere l'unico a non far niente".
[...] "Nella nostra società liquida, flagellata dalla paura del fallimento e di perdere il proprio posto nella società, i migranti diventano " walking dystopias ", distopie che camminano. Ma in un'era di totale incertezza esistenziale, dove la vita è sempre più precaria, questa non è l'unica ragione delle paure che scatena la vista di ondate di sfollati fuori controllo. Vengono percepiti come "messaggeri di cattive notizie", come scriveva Bertolt Brecht. Ma ci ricordano, allo stesso tempo, ciò che vorremmo cancellare". "Quelle forze lontane, oscure e distruttive del mondo che possono interferire nelle nostre vite. E le "vittime collaterali" di queste forze, i poveri sfollati in fuga, vengono percepiti dalla nostra società come gli alfieri di tali forze. Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell'istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. E poi alle aziende occidentali il flusso di migranti a bassissimo costo fa sempre comodo. E molti politici sono allo stesso modo tentati di sfruttare l'emergenza migratoria per abbassare ancor più i salari e i diritti dei lavoratori. Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in "stanze insonorizzate" non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi".
[...] "La vera cura va oltre il singolo paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una folta assemblea di nazioni come l'Unione europea. Bisogna cambiare mentalità: l'unico modo per uscirne è rinnegare con forza le viscide sirene della separazione, smantellare le reti dei campi per i "richiedenti asilo" e far sì che tutte le differenze, le disuguaglianze e questo alienamento autoimposto tra noi e i migranti si avvicinino, si concentrino in un contatto giornaliero e sempre più profondo. Con la speranza che tutto questo provochi una fusione di orizzonti, invece di una fissione sempre più esasperata".
"Lo so, una rivoluzione simile presuppone tanti anni di instabilità e asperità. Anzi, in uno stadio iniziale, potrà scatenare altre paure e tensioni. Ma, sinceramente, credo che non ci siano alternative più facili e meno rischiose, e nemmeno soluzioni più drastiche a questo problema. L'umanità è in crisi. E l'unica via di uscita da questa crisi catastrofica sarà una nuova solidarietà tra gli umani".

 

venerdì 28 agosto 2015

Se questo è un uomo

Francis Bacon



Non so come definire lo stato in cui si considera ormai abituale la notizia della morte di un uomo. Tanto abituale da sorseggiarla insieme al caffè al mattino, da infilarla nel panino a pranzo, o fra un tragitto e l'altro della giornata. Che poi non si tratta di uno soltanto, ma di decine se non centinaia, ogni giorno, ormai da mesi e mesi a questa parte. Non so come definirlo. Come un disco che salta e continua a ripetere le stesse note fino a che non si sposta la puntina su di un altro solco?
Ad interrompere (finalmente) la monotonia delle dipartite in mare, per stenti, soffocamenti in stive, affondamenti delle carcasse chiamate - non so con quale diritto - imbarcazioni, ecco le ultime novità concernenti i luoghi e le cause di morte, complici gli spostamenti delle masse profughe verso il centro ed il nord dell'Europa: cadaveri nell' Euro tunnel, investiti da Tir o fulminati dall'alta tensione; cadaveri investiti da treni in transito, mentre camminano sui binari; cadaveri soffocati in un Tir abbandonato sull'autostrada. Mancano gli schieramenti di poliziotti, dietro i muri di filo spinato (un dejà vu, mi pare), che sparano sui migranti. Questione di tempo, e forse arriveranno.
Questi profughi non ricordano forse le corse disperate dei topi quando vogliono salvarsi dal naufragio? Certo i buonisti, gli ipocriti e tutti i loro affiliati saranno sconcertati da questo paragone, e probabilmente anche dal tono adottato in questo post. A loro è estraneo il termine ironia. Non lo era al signor Orwell, che settant'anni fa scrisse La fattoria degli animali. Dove finisce la bestia ed inizia l'uomo? Dove finisce l'uomo ed inizia la bestia? O non vi è separazione? Un' osmosi. Del resto bestie lo eravamo; ci siamo evoluti e non un granché bene, visti i risultati. Ed il termine bestialità non è certo stato coniato perché fosse riferito ad azioni compiute da animali, anche se loro lo hanno ispirato. E' ormai noto che il livello di crudeltà raggiunto dall'essere umano ha ampiamente superato quello bestiale, senza contare che le bestie agiscono esclusivamente al fine della sopravvivenza. I nostri fini sono ben altri. Quindi, sarebbe cosa ben fatta, non fosse altro che per coerenza, sostituire bestiale con umano.
Credo che il signor Levi non me ne avrebbe voluto per avergli preso in prestito il titolo di un libro. L'eccidio (o meglio genocidio) era di altra gente, è vero, e per motivi diversi (se di motivi si può parlare). Ma la dignità, il valore dell'uomo non cambiano. Non cambia la noncuranza degli assassini mentre picchiano, torturano, lasciano morire ragazzini, donne, uomini, bambini. Dignità e valore umano calpestati, come fossero blatte. A proposito di bestie. Chi sono, dunque, le bestie e chi gli umani?


martedì 25 agosto 2015

L'anestesia dei sentimenti


L' alessitimia è il disturbo di chi non riesce a comunicare i propri stati d'animo.
Riporto un articolo di Massimo Recalcati, apparso ieri su La Repubblica. Più e più volte sono arrivata alle stesse conclusioni. Mi restano due domande su tutte: ci rendiamo conto di perdere, giorno dopo giorno, la capacità di comunicare ciò che realmente siamo? Che cosa resterà di umano nell'essere umano?
Per chi non è disposto a barattare la propria natura con questa involuzione di massa, la vita è sempre più dura: un po' come essere sovversivi sotto un regime dittatoriale. 
[macolcazzochecambioemilobotomizzo]


Perché l'anestesia dei sentimenti è un rischio della nostra civiltà

OGGI la psicopatologia rubrica sotto la diagnosi di alessitimia la profonda difficoltà a riconoscere e a nominare i propri stati emotivi. Si tratta di un congelamento affettivo della vita umana. La sua diffusione più recente sembra indicarci che questa sindrome intercetta un disagio specifico della nostra Civiltà. Il nostro tempo non è più quello dei grandi folli, della rivolta eroica della follia, del suo elogio anche ideologico che ha sedotto molti intellettuali – da Erasmo da Rotterdam a Deleuze - , ma quello di un conformismo sospinto che tende a spegnere il desiderio del soggetto in un grigio uniformismo.
Un grande psicoanalista come Winnicott, già negli anni 50-60 del secolo scorso, ebbe il grande merito clinico, insieme ad Helene Deutsch, di aprire le ricerche della psicoanalisi ad una forma psicopatologica che non aveva più a che fare con la rottura drastica dei rapporti del soggetto con la realtà che si riscontra, per esempio, nei quadri psicotici. Se nel soggetto delirante l’inconscio esplode a cielo aperto travolgendo la realtà, in queste nuove forme di sofferenza è il soggetto che perde contatto con il proprio inconscio, dunque con la propria vita emotiva. Il risultato è una vita che si smarrisce in superficie perché non è più in grado di entrare in contatto con il proprio desiderio. Winnicott ha descritto queste personalità con il termine di “falso sé”. Si tratta di soggetti che indossano una maschera sociale per scongiurare il rischio del proprio crollo e che, in questo modo, perdono la capacità di «vivere creativamente » e di «sentirsi reali». È quello che più recentemente Bollas teorizza come «personalità normotica»: individui che pur essendo profondamente infelici si rifugiano dietro una vita apparentemente normale. Questi quadri non sono affatto lontani dall’attuale alessitimia. Essi rafforzano l’idea che il mito del nostro tempo sia quello dell’adattamento collettivo al principio di prestazione che, come tale, esclude di per sé la vita emotiva, il sogno, l’immaginazione, lo slancio, tendenzialmente sempre in perdita secca, del desiderio. Avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento. Meglio allora diventare una macchina efficiente priva di emozioni. Dietro questa apparentemente nuova etichetta clinica non dovremmo allora leggere una tendenza che investe anche la vita collettiva? Il dominio del principio di prestazione sembra non conoscere più argini; la normalizzazione della vita stritola il pensiero critico e le possibilità del nostro futuro. La caduta delle emozioni e del loro riconoscimento non sono affatto estranee a questo dominio. Esiste forse una dimensione generalizzata dell’alessitimia che coinvolge la vita attuale della Polis? La psicoanalisi insegna che il dolore che non conosce lacrime - che non trova possibilità di simbolizzarsi - , tende a ritornare direttamente nel reale. Per esempio in una lesione di origine psicosomatica.
Ma quale sarebbe lo statuto di questo ritorno nella nostra vita collettiva? Ne suggeriva un esempio drammatico Michele Serra in una sua recente Amaca : l’orrore per la barbara uccisione di Khaled Assad non ha trovato alcuna eco significativa in Occidente. Il terrore del crollo ci ha anestetizzato, resi alessitimici? E quale ritorno nel reale questa assenza di simbolizzazione potrà provocare ?

sabato 22 agosto 2015

Il Padrino parte IV (proud to be italian)

Marlon Brando, Il Padrino (F.F. Coppola)


Il protagonista non è don Vito Corleone, interpretato dal grande Marlon Brando, né troviamo Francis Ford Coppola alla regia. No, questa è una cosa autoprodotta, all'italiana: siamo specialisti.
Del funerale del padrino Casamonica, svoltosi a Roma, nessuno sapeva nulla: né il prefetto, né il corpo della Polizia Municipale che, durante la cerimonia, era intervenuto solo per controllare traffico e afflusso (!)
Però qualcuno aveva firmato il permesso di libera uscita ai figli del signore in questione, che sono agli arresti domiciliari. Misteri. E la Chiesa, che giudica questo funeral show - attraverso l'articolo apparso su L'Avvenire - "un fatto inammissibile"? Forse il sacerdote che ha celebrato la funzione era affetto da sindrome della doppia personalità? Ma no, un cristiano ha diritto di funerale religioso. Solo se ricorre al suicidio non lo ha. Se ammazza dieci, cento, mille persone non ha importanza e neppure se gestisce traffici illeciti di ogni sorta. E' sempre un cristiano. Dieci ave maria e dieci padre nostro quale pentimento sono sufficienti.
Certo, vi sono funerali di cui nessuno sa veramente nulla: quelli che avvengono in forma strettamente privata. Ma non mi pare che un feretro trasportato su una carrozza trainata da cavalli con tanto di pennacchio, banda a seguito (che esegue la musica de Il Padrino, giusto per stare in tema) ed elicottero (!) che butta petali di rosa sul corteo, sia esattamente un funerale in forma privata.
Eppure nessuno sapeva nulla, chiaro.
L'appellativo di mafia capitale ora ha un altro motivo per farsi considerare più che degno. Ed un altro motivo lo ha la stampa estera per sputtanarci.
Se Roma era caput mundi ora è da discarica e non soltanto per il degrado urbanistico di cui si è sporcata recentemente. I soliti scarica barile, i giochi a rimpiattino in cui nessuno è realmente colpevole e paghi a dovere, ovvio.
Chi paga è, come sempre, la nazione al collasso. E poi, comunque, ci pensano il presidente del consiglio ed il ministro dell'interno a rimediare all'ennesimo danno d'immagine: quattro fasi fatte, sguardo serio ed i costumi da giullari di corte che spuntano dagli abiti blu. Due risate e via, pronti per il campionato di calcio che un po' distrae sempre.

Baciamo le mani.


 

venerdì 21 agosto 2015

Mani che impastano a memoria



Quasi mi ero scordata di come fosse questo vivere: nemmeno trenta gradi, vento leggero, durata del giorno accorciata. L'incubo è finito, la stagione offre gli ultimi scampoli piacevoli, quasi a farsi perdonare per colpe non sue, lei, che ha la sola responsabilità di chiamarsi estate. Mi soffermo ad osservare le foglie dei tigli mosse dall'aria fresca, la diminuzione di luce rispetto allo stesso orario, un mese fa, e mi abbandono a piccoli ritrovati piaceri, senza pretendere nulla. Piccoli, silenziosi, discreti. Quasi a volersi nascondere per poi svelarsi attraverso i tratti rilassati del viso, il respiro lento, le labbra libere dal morso dei denti (mio ultimo vizio, quando sono tesa).
Anche lo scrivere è diventato disteso, ricorda un gesto sapiente, antico, mani che impastano a memoria, che creano forme e sapori. 
E' in questi frangenti che sento di volermi bene; in questi frangenti mi perdono per tutte le volte che non l'ho fatto. Tengo la farina fra le dita, finché resta, e mi ci sporco il viso.





giovedì 20 agosto 2015

A volte la ricerca del titolo provoca stress, indi sorvolo



Va di scazzo. Anzi, no. Va di scazzo-misto-a-pacata-serenità-celante-qualche-tranello. Conoscete il genere? Ogni volta che mi sento tranquilla accade qualcosa a sovvertire. Può essere che sia io l'artefice, non lo escludo, giusto per non cercare sempre il capro espiatorio nel procedere dell'esistenza e nella massa umana che mi circonda. Alla lunga mi rendo conto che mi annoia la posizione dell'eterna cinica/misantropa/pessimista/nichilista. Mi annoia e mi stringe, come se a spingere vi fosse una coscienza ritrovata, una ratio nel pieno del suo splendore, in grado di scansare gli atteggiamenti abitudinari e comodi. Diciamo che mi piace sedere e godermi il godibile (poco) senza bofonchiare né curarmi delle varie schifezze di cui non farò mai parte. Ci si prende gusto a non incazzarsi sempre, a non dover prendere il Maalox, a non sentirsi tesi come corde di violino ogni santo minuto del santo giorno. Per questo non è semplicemente uno scazzo. E' uno scazzo consapevole, deciso, maturato, ponderato. E' un egoismo forzato. Un selezionare allo spasimo ma senza troppe lamentele. Un vedere e procedere o soffermarsi, a seconda. L'unico modo per non sclerare completamente, per sopravvivere in modo dignitoso. 


Per essere felici non ci si deve occupare troppo del prossimo.

Albert Camus